Corte di Cassazione, Ordinanza n. 679 del 10 gennaio 2026
Il caso riguardava un accertamento con cui l’amministrazione finanziaria aveva rideterminato il reddito imponibile di una Società ai sensi dell’art. 41-bis del Dpr. n. 600/1973, applicando anche i criteri dell’art. 39, comma 1, del medesimo Decreto, e recuperando a tassazione alcuni costi ritenuti non inerenti ai sensi dell’art. 109 del Tuir, cioè del Dpr. n. 917/1986. In più, era stata contestata la deduzione nel 2013 di una fattura che, secondo l’amministrazione, doveva invece essere imputata all’esercizio 2012 secondo il principio di competenza, con conseguente recupero come sopravvenienza attiva ai sensi dell’art. 88 del Tuir. La questione controversa era quindi duplice, da una parte stabilire se i costi fossero realmente deducibili perché esistenti, determinati e riferibili all’attività d’impresa; dall’altra verificare se il giudice di appello avesse deciso anche sulla distinta contestazione relativa alla sopravvenienza attiva. La Suprema Corte chiarisce, sul primo punto, che in sede di legittimità non è possibile chiedere una nuova valutazione dei fatti e delle prove, perché la Cassazione non può sostituirsi al Giudice di merito nel riesame della documentazione. Ricorda inoltre che il principio di inerenza si ricava dalla nozione di reddito d’impresa e serve a verificare se il costo sia collegato all’attività imprenditoriale, escludendo solo ciò che è estraneo ad essa. Non conta invece stabilire se la spesa sia stata utile, conveniente o economicamente vantaggiosa. Tuttavia, in base all’art. 2697 del Cc., resta a carico del contribuente l’onere di provare l’esistenza del costo, la sua natura, il suo ammontare e la sua concreta destinazione all’attività d’impresa. Su questo aspetto i Giudici di legittimità ritengono corretta la decisione del Giudice di appello, che aveva considerato assolto tale onere probatorio. Sul secondo punto, invece, la Suprema Corte afferma che il Giudice di appello ha violato l’art. 112 del Cpc., che impone di pronunciarsi su tutta la domanda e su tutti i motivi ritualmente proposti dalle parti. Infatti, la contestazione relativa alla sopravvenienza attiva ex art. 88 del Tuir costituiva un autonomo capo di censura, specificamente dedotto, e non poteva considerarsi assorbito o respinto in modo implicito dalla decisione sui costi deducibili, perché si trattava di una questione diversa, legata non all’inerenza ma alla corretta imputazione temporale del componente reddituale secondo il principio di competenza. Per questa ragione la Suprema Corte accoglie il motivo relativo all’omessa pronuncia, rigetta quello sui costi e rinvia la causa al Giudice tributario di secondo grado, in diversa composizione, affinché esamini in modo espresso e motivato la questione della sopravvenienza attiva e provveda anche sulle spese del giudizio di legittimità.

